Disbiosi intestinale: di cosa stiamo parlando?

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Attualmente si fa molto parlare di questa nuova patologia denominata “disbiosi”. Oggi molte persone presentano i classici sintomi di questo tipo di “patologia”, ma quali sono realmente le cause di questa che più precisamente indichiamo come “fisiopatologia”? Facciamo una piccola regressione per cercare di comprendere come nasce il fenomeno.

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            Abbiamo un tratto gastrointestinale di lunghezza totale di circa 9 m, suddiviso in intestino tenue e intestino crasso (il primo più lungo del secondo). Nasciamo all’interno di un ambiente sterile, successivamente i batteri colonizzano il nostro tratto digerente e instaurano una simbiosi positiva che porta reciproco beneficio. Tuttavia la popolazione microbica non è, come si potrebbe pensare, costante all’interno di tutto l’intestino, anzi si presentano delle zone in cui questa è più densa, fattore dovuto alle condizioni ambientali locali (pH). Da qui sappiamo che ci sarà una popolazione di circa 100.000 unità formanti colonia all’interno della bocca, si ridurranno a un migliaio all’interno dello stomaco, aumenterà all’interno dell’intestino a 1 milione, per arrivare nel tratto del sigma, colon e retto ad avere un numero pari a 1 miliardo.

            I microrganismi della nostra popolazione microbica intestinale sono molto variegati, basti semplicemente pensare che sono presenti funghi, muffe, lieviti, batteri di ogni sorta, patogeni e non patogeni.

            Se andiamo ad analizzare il comportamento di questi microrganismi non possiamo non notare che sopravvivono grazie a tre fattori: pH, temperatura e nutrienti. La prima cosa che viene da analizzare è la temperatura; questa si trova all’interno del nostro corpo è di circa 37° centigradi, questa è, per la maggior parte delle specie microbiche, l’optimum di crescita. Tuttavia ci possono essere dei fattori che la fanno cambiare. La disponibilità degli alimenti costituisce un fattore primario per la vita, l’introduzione di cibo per tre volte al giorno fornisce ai batteri l’energia sufficiente per poter vivere. Il pH è dipendente dalle secrezioni interne delle varie aree del tratto gastrointestinale.

            Con uno stile di vita del tutto normale questo tipo di fisiopatologia non darebbe alcun tipo di problema, tuttavia con i tempi moderni in cui le persone vivono con un ritmo di lavoro frenetico e la quantità, e qualità, del cibo assunto sono variabili questo può portare alla possibilità dello sviluppo della disbiosi. Ora vediamo di analizzare punto per punto il comportamento alimentare umano sotto stress.

            Quando si dice che la digestione avviene in bocca, è assolutamente vero. I nostri denti funzionano come un sistema di triturazione del cibo che ci porta a ridurre in porzioni molto piccole una grande quantità di cibo, questo comporta che ci sia anche un aumento la superficie esposta ai succhi gastrici (che contengono gli enzimi digestivi) e quindi a favorire una digestione ottimale. Quando si è sotto stress invece il tempo per la masticazione è decisamente ridotto, questo comporta che porzioni di grandi dimensioni di cibo vengono ingerite e questo comporta una digestione non corretta e non completa. Passando nel tratto intestinale questo cibo, ormai diventato bolo alimentare, poco digerito arriva a contatto con una popolazione microbica molto più alta in confronto a quella presente dello stomaco. I microrganismi fanno il loro lavoro, cioè mangiano e producono sostanze “antibiotiche”, cioè sostanze che tentano di creare un habitat buono solo per la loro specie. Va da sé che la popolazione può crescere in presenza di abbondante fonte di cibo; tuttavia le sostanze che vengono da loro segrete costituiscono non solo il terreno dove possono crescere (biofilm microbico) ma possono anche creare una variazione di pH interna, questa variazione di pH può irritare la mucosa nel tratto intestinale e favorire l’aumento di temperatura che comporta la crescita microbica.

            Praticamente, visto il meccanismo con cui si instaura questa fisiopatologia, possiamo ben comprendere come siamo noi stessi gli artefici della nostra problematica. In primis non possiamo dimenticare come la qualità del cibo sia particolarmente importante. Molto spesso assumiamo i cibi veloci, dei fast-food, perché non abbiamo tempo di concederci più di 20 minuti per una pausa pranzo, questo comporta che ci possa non essere la possibilità di mangiare della fibra vegetale di grandi dimensioni. Assunzioni di grandi quantità di zuccheri, complessi o semplici che siano, favoriscono la crescita soprattutto di lieviti ed i batteri, che purtroppo produrranno una grande quantità di gas, in genere anidride carbonica, metano, idrogeno.

            Da questo primo stadio derivano poi una serie di fisiopatologia secondarie che sono causate da questa prima: difficoltà di digestione, meteorismo (flatulenza) dapprima di sola emissione di gas dopodiché maleodorante, acidità gastrica, gonfiore, stitichezza, diarrea, instaurazione della “sindrome del colon irritabile”, successivamente possono instaurarsi anche i cambiamenti di umore, per il malessere instauratosi.

            Quasi sicuramente all’interno di tutto lo schema della sintomatologia elencata, si possono nascondere quelle che vengono chiamate le “intolleranze alimentari”.

            Dai dati fin qui riportati non possiamo fare altro che dare i seguenti consigli: aumentare la quantità di vegetali all’interno dei pasti, assumere più zuccheri complessi piuttosto che semplici, concedersi un po’ più di tempo per la masticazione, cercare di osservare una dieta che sia il più varia possibile (d’altronde la cucina italiana e quella orientale sono tra le migliori del mondo).

Dr. Davide Cecchinato – Farmacista